Capitolo I - IO, NEDIM...
tavo costruendo sulla scrivania della mia camera una magnifica piramide fatta di righelli, gomme bianche e blu avio da matita e da penna, goniometri sopra il sussidiario senza copertina e con gli angoli già sgualciti, quando la "rompiscatole" è entrata.
Mi mancava l'ultimo pezzo sopra la squadra a novanta gradi su due gomme grigiastre a loro volta sistemate sopra una specie di Dolmen di temperini quando la mamma fece accomodare la mia nuova maestra nel mio piccolo disordinato (a dire degli altri) regno.
A dire il vero non era "nuova" perché non aveva sostituito nessun'altra. Era una persona che la mamma aveva deciso di mettermi alle calcagna. Secondo lei, per imparare l'italiano, secondo me per farmi controllare e sbirciare tutto quello che facevo.
Avrei potuto impararlo anche solo guardando la televisione, come avevo sempre fatto per le altre lingue straniere. Così, oltre a dover sopportare ogni mattina ben quattro insegnanti a scuola, mi trovavo a dover affrontare l'impiccio di questa quinta persona al pomeriggio.
Feci un rapido calcolo e venni alla conclusione che la mia giornata sarebbe stata pervasa dall'assillante ed ossessiva presenza degli adulti:un quaranta per cento dalle maestre di matematica-scienze, italiano, storia-geografia e inglese, un venti per cento dalla mia interprete personale ed un'altra fissa percentuale dai miei genitori. Uno strazio!
Cercai di immaginare un possibile ritaglio di tempo in cui rimanere a contatto con i miei giochi, il computer e la bicicletta. Non ne venni a capo di niente:sveglia alle sette e trenta, inizio della scuola alle otto e dieci (e per quanto il tragitto casa-scuola fosse breve mi ci voleva una mezz'oretta per decidermi di alzarmi, lavarmi velocemente la faccia e, se mi ricordavo, i denti, vestirmi e fare colazione, andare in garage e prendere la bicicletta), ritorno dopo l'una, pranzo e compiti ad oltranza dalle due precise... Cena e nanna. Ahimè, dovevo assolutamente escogitare qualcosa.
A causa o grazie alla mia intelligenza, paragonabile, come loro stessi affermavano con sicurezza, agli altri due membri della famiglia, il papà ed il fratello maggiore, non mi restava che o imparare velocemente la lingua, oppure, dal momento che ero un bambino anche molto vivace, farla ammattire e disperare quanto più velocemente possibile per levarmela dai piedi.
Trovai più conveniente optare per la seconda soluzione: quella che mi richiedeva meno dispersione di energia. Non sopportavo che qualcuno decidesse per me; a dieci anni mi consideravo ormai "grande" anche se mia sorella, che ha solo cinque anni più di me, e allora andava per i quindici, mi considerava un pivellino, perché ce ne voleva ancora del tempo prima che mi si sviluppassero gli attributi maschili come un uomo adulto.
Tutto sommato, rispettavo le decisioni della mamma, in fondo lo faceva per il mio bene, come papà ripeteva spesso, soprattutto quando non tolleravo che la mia vita subisse delle interferenze e venissero messi sottosopra tutti i programmi che mi ero fatto e che avevo studiato per benino.
Ciò che veniva scomposto in quel momento era comunque la mia costruzione tanto meticolosamente eseguita. Siccome mi ero scordato di appoggiare sulla maniglia della porta della camera la rosa di plastica rossa collegata all'impianto elettrico, da me ideata come campanello d'allarme contro gli estranei, silenzioso ma luminoso ed efficace, mi voltai di scatto e nell'intenzione di nascondere la piramide temporaneamente con la schiena, la gomma mi tradì, perse l'equilibrio e il tutto finì disteso disordinatamente sulla scrivania.
- Me la pagherà. - Dissi tra me e me. Scesi dalla mia sedia preferita , quella di pelle nera imbottita e girevole, ruotando di quarantacinque gradi verso la porta e mi parai davanti a Valeria. Capii immediatamente il suo nome, cosa che lei non fece con il mio, sebbene semplice e breve. Quasi sicuramente non lo capì e non lo riuscì a ripetere per circa una settimana perché in fin dei conti disprezzava la nostra lingua. Eppure Nedim suona bene, le vocali si alternano con le consonanti e nessuna lettera si ripete. Non è un bisillabo che ricorda i suoni tipici delle lingue slave.
All'età di dieci anni io invece avevo appreso con facilità già tre lingue: bosniaco, inglese e russo. Il bosniaco perché era la mia lingua madre, e quella che serviva da comunicazione tra le mura domestiche o con i miei conterranei; l'inglese che avevo imparato frequentando la scuola americana a Nicosia durante i due anni che avevo vissuto a Cipro ed il russo, che avevo appreso nei periodi di permanenza in Russia dove il papà e mio fratello lavoravano. Di queste tre lingue, quasi nessuna riuscivo a leggere e a scrivere correttamente.
La causa principale trovava origine nel fatto che mai fino allora avevo frequentato una scuola per più di due anni: appena iniziavo a capirci qualcosa, la mia famiglia era costretta a trasferirsi in un altro paese.
Risultato: scrivevo le parole così come le sentivo pronunciare ed è per questo che mela da "apple" diventava "appol", "boy" era "boi" e "mlijeko" (latte) era "mljeko" tanto per fare pochi esempi. Ci mettemmo di comune accordo, Valeria ed io, che avremmo parlato in inglese ogni qualvolta una spiegazione mi risultava necessaria , e promisi che mi sarei sforzato di parlare in italiano.
In realtà per cinque mesi ascoltai l'italiano ma quando aprivo bocca riuscivo ad emettere solo suoni inglesi. Dopodichè, con ben quattro lingue in testa, non avevo che la scelta a seconda del luogo e delle persone che frequentavo.
A Cipro sceglievo l'italiano perché i ciprioti odiano i bosniaci, comprendono l'inglese e adorano gli italiani;in Italia adottavo il bosniaco, lingua per niente familiare mentre l'inglese un po' viene masticato... Un russo invece ti guarda allibito se parli in inglese, bosniaco o italiano. Per cui, una volta che l'idea frullava nella testa, bastava renderla verbale. Talvolta, nemmeno ci pensavo.
- Ti piace la mia camera? - chiesi appena rimanemmo a tu per tu. Lei si guardò attorno, pose lo sguardo su ogni oggetto, e analizzò tutto come se al posto degli occhi avesse dei raggi x. - Sì, carina. - Rispose dopo un po'. Io mi ero quasi dimenticato di averle posto una domanda.
La mia camera l'avevo scelta io quando arrivammo in Italia. Una cameretta in legno chiaro, un letto ed un divano letto tra di loro paralleli, un piccolo armadio e, dirimpetto, la scrivania incastrata in un gioco di mensole e vetrinette.
La mamma ci entrava di rado e solo per scuotere la testa in segno non tanto di disapprovazione quanto di rassegnazione. Dopodichè faceva dietro front con i suoi pensieri per la testa. Sicuramente pensava a papà e alla sua data di ritorno a casa. Le poche cose che raccoglieva sparse alla rinfusa sul letto, le gettava sul divano non trovando possibile un'altra soluzione.
A riordinare la mia stanza ci pensava Lucia, la nostra donna delle pulizie. A sua insaputa l'avevo soprannominata "Elton John", per via di quei piccoli occhiali rotondi ed i capelli corti. L'unica differenza era che Lucia, quei pochi che ne aveva, li teneva sollevati con una molletta viola e non cantava di professione ma solo quando puliva i tappeti seguendo il rumore dell'aspirapolvere.
E non sapeva nemmeno parlare la nostra lingua, come lei sosteneva fieramente, perché quello che lei masticava era una sottospecie di sloveno comprensibile solo da mia nonna. - Nedim, te lo ripeto per l'ultima volta, esci dalla tua camera perché devo rifare il letto e spolverare. Questo era il solito che metteva su Lucia quando si trattava di invadere col suo esercito di prodotti dagli odori pestiferi i miei quindici metri quadrati.
Succedeva solo quando la sveglia suonava alle otto invece che alle sette e trenta e così non potevo andare più a scuola perché non mi davano il permesso di entrare a lezioni già iniziate. - Scusa Lucia, ma perché non posso rimanere nella mia camera? - Perché sei un bambino e come tutti i bambini dai fastidio e non mi lasci finire i mestieri.
Io, invece, come tutti i miei coetanei, mi arrabbiavo le volte in cui rincasavo da scuola e trovavo tutto spostato. Le agende dalla scrivania sparite sulle mensole, i soldatini e alcune monete della mia collezione dal comodino in una scatola di scarpe, le macchinette degli ovetti Kinder allineate su un'altra mensola in alto, gli indumenti che avevo gettato sul pavimento diligentemente piegati e risistemati in armadio. Lo aprivo e scaraventavo di nuovo fuori quello che non avrebbe dovuto essere dentro.
- Luciaaa!!! - urlavo a squarciagola. Chi diavolo ti ha detto di mettere in armadio questa roba?
- Senti pestifero - si infuriava "Elton John 2" con le guance tutte rosse ed il sudore che le colava sulle tempie ed i capelli un po' unti - quelle magliette e quei jeans che tu definisci "questa roba" erano stati lavati e dovevo solo stirarli.
- Se questa robaccia la definisci lavata... ma se l'ho usata ieri per andare a fare un giro in mountain bike!
- Ma pensa te! Ed io dovrei rifare una lavatrice solamente perché il signorino ha indossato un paio di jeans per un'ora di bici. Non sei mica il figlio di Re Carlo d'Inghilterra!
- L'ammazzo, giuro che l'ammazzo. - Pensavo tra me e me. Uscivo, sbattevo la porta e la lasciavo asfissiare col suo spray mangiapolvere. Meglio di tutto un po' di relax davanti alla tivù col tazzone di latte di Willy il Coyote, in cui non riuscivo nemmeno ad infilarci il naso, sotto il plaid azzurro e caldo della nonna, quello che usava ogni pomeriggio d'inverno distesa sul divano.
Sono stata segnalata nella categoria Maglia e uncinetto di Hobbydonna, il portale degli hobby femminili!

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